Maigret e il cane giallo

Il cane giallo (titolo originale francese Le chien jaune, pubblicato in traduzione italiana anche col titolo Maigret e il cane giallo) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.

caneMaigret è chiamato a Concarneau, per indagare sull’enigmatico ferimento del famoso commerciante di vini locale, Mostaguen. Quello di Mostaguen è solo il primo di una serie di omicidi, o tentati omicidi, che coinvolgono il gruppo di amici del commerciante, tutti esponenti di spicco della città. Maigret segue la sua pista, in qualche modo guidato da un bizzarro cane giallo sempre presente nei momenti e suoi luoghi degli omicidi. Un confronto voluto da Maigret con tutti i protagonisti di questa intricata vicenda, porterà il commissario alla soluzione del caso.

Da questo lavoro è stato tratto un fotoromanzo, sempre con Gino Cervi come protagonista.

Emons Audiolibri ha creato la versione audilibro di questo romanzo, letto da Giuseppe Battiston, potete ascoltarne un’anteprima cliccando sul player qui sotto.

 

 

 

 

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Una vita in gioco

La testa di un uomo (titolo originale francese La tête d’un homme, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e la vita di un uomo, Maigret e una vita in gioco e Una testa in gioco) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.

Maigret decide di credere a Joseph Heurtin, un giovane condannato a morte per l’omicidio di due anziane donne a Saint-Cloud, il quale si è sempre ostinatamente dichiarato innocente. Il commissario appare stanco e non più sicuro delle scelte effettuate durante l’indagine e riesce a convincere i propri superiori a organizzare un’evasione pilotata perché il giovane lo conduca al vero colpevole. Maigret verrà continuamente sfidato sul terreno dell’astuzia da un antagonista inusuale, il cecoslovacco Jean Radek, personaggio complesso che incrocerà il commissario per tutta la durata dell’indagine. Il finale è rivelato nel lungo ed esaustivo racconto del commissario al giudice Coméliau.

vitaIl romanzo è stato scritto all’Hôtel L’Aiglon di boulevard Raspail a Parigi nel febbraio del 1931 e pubblicato per la prima volta in Francia nel settembre dello stesso anno, presso l’editore Fayard. Sempre per lo stesso editore nel 1950, il romanzo è stato pubblicato con il titolo L’homme de la Tour Eiffel, in concomitanza con l’uscita in Francia dell’omonimo film di Burgess Meredith.

In Italia è apparso per la prima volta nel 1933 con il titolo La testa di un uomo, tradotto da Guido Cantini e pubblicato da Mondadori nella collana “I gialli economici” (n° 6). Sempre per lo stesso editore è stato ripubblicato anche coi titoli Maigret e la vita di un uomo e Maigret e una vita in gioco in altre collane o raccolte tra gli anni cinquanta e ottanta (dal 1988 nella traduzione di Emanuela Fubini). Nel 1993 il romanzo è stato pubblicato presso Adelphi con il titolo Una testa in gioco, tradotto da Graziella Cillario, nella collana dedicata al commissario (parte de “gli Adelphi”, al n° 84).

 

Maigret e il cane giallo : Fotoromanzo !

Tratto dall’omonimo romanzo di Georges Simenon, del 1931, fotoromanzo originale con Gino Cervi, Laila Regazzi e Alberto Anelli per la regia di Sirio Magni, dal quale non fu tratta alcuna paginaedizione televisiva della serie di sceneggiati de “Le inchieste del Commissario Maigret”. Maigret è chiamato a Concarneau, per indagare sull’enigmatico ferimento del famoso commerciante di vini locale, Mostaguen. Quello di Mostaguen è solo il primo di una serie di omicidi, o tentati omicidi, che coinvolgono il gruppo di amici del commerciante, tutti esponenti di spicco della città. Maigret segue la sua pista, in qualche modo guidato da un bizzarro cane giallo sempre presente nei momenti e suoi luoghi degli omicidi.

Per vedere delle anteprime più dettagliate cliccate QUI e sarete reindirizzati.

Vogliamo parlare di questi bei baffi posticci ? :)

Vogliamo parlare di questi bei baffi posticci ? :)

Il signor Gallet, defunto

Il signor Gallet, defunto (titolo originale francese Monsieur Gallet, décédé, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e il castellano e Il defunto signor Gallet).

Émile Gallet, domiciliato a Saint-Fargeau, viene trovato morto in una stanza d’albergo a Sancerre, apparentemente assassinato. Maigret si occupa dell’indagine che lo porta a scoprire la doppia vita del defunto: rappresentante di commercio agli occhi della moglie, Aurore Préjean, in realtà vive da anni di espedienti, con il nome di Clément, estorcendo piccole somme a nostalgici monarchici di maigret_M Gallet decede 8Sancerre, tra cui il castellano Tiburce de Saint-Hilaire. Maigret sospetta di lui e del figlio della vittima, Henry. Gallet era però ricattato da qualcuno che era a conoscenza della sua duplice identità, e per questo aveva stipulato un’assicurazione sulla vita a favore della moglie.

Maigret arriverà a risolvere il caso non “cercando l’assassino”, ma cercando di “conoscere la vittima”. Scopre che il ricattatore, Jacob, era in realtà a servizio di Henry e della sua amante, Eléonore Boursang. Scopre che per pagare loro aveva chiesto del denaro a Saint-Hilaire, il quale anni fa in Indocina aveva scambiato la propria identità con quella di Gallet stesso, appropriandosi della sua eredità. L’omicidio, alla fine, risulta un suicidio camuffato, che Gallet aveva messo in scena per far avere il premio assicurativo alla moglie. Il romanzo finisce con Maigret che ancora non ha deciso se farà il rapporto con tutta la verità.

Il romanzo è stato scritto a bordo dell’Ostrogoth a Morsang-sur-Seine nell’estate del 1930 e pubblicato per la prima volta in Francia, da Fayard, nella primavera successiva.

In Italia è apparso per la prima volta nel 1933, tradotto da Guido Cantini e pubblicato da Mondadori nella collana “I libri neri. I romanzi polizieschi di Georges Simenon” (n° 6)[1] e sempre per lo stesso editore è stato ripubblicato anche in altre collane o raccolte tra gli anni trenta e ottanta[2] (dal 1966 con il titolo Maigret e il castellano, nella traduzione di Elena Cantini, e dal 1988 nella traduzione di Lea Grevi). Nel 1994 è stato pubblicato presso Adelphi con il titolo Il defunto signor Gallet, tradotto da Elena Klersy Imbreciadori, nella collana dedicata al commissario (parte de “gli Adelphi”, al n° 68).

 

Il carrettiere della “Provvidenza” (Maigret si commuove)

Il carrettiere della “Provvidenza” (titolo originale francese Le charretier de “La Providence”, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret si commuove e Il cavallante della “Providence”) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret. È il secondo romanzo dedicato alle inchieste del celebre commissario.

Presso la chiusa di Dizy, vicino alla città di Épernay, in una piovosa notte qualche ora prima dell’alba, un cavallante, frugando nella paglia della stalla in cui ha dormito, rinviene il cadavere di una donna strangolata. Il suo aspetto curato e il suo abbigliamento, più adatto a una serata mondana in città, contrastano in modo stridente con il luogo del ritrovamento.

La sera successiva giunge alla chiusa un battello da diporto capitanato da sir Walter Lampson, un colonnello inglese in pensione, che identifica la donna strangolata come sua moglie, Mary Lampson.

In questo romanzo viene presentato al lettore il “metodo Maigret”, che consiste paradossalmente nell’assenza di un metodo. Il commissario si abbandona alle sensazioni che gli vengono suggerite dall’ambiente e dalle persone che lo abitano, assorbendo “come una spugna” fino a quando non intuisce la soluzione o una pista verso di essa. Quando viene inviato a indagare sull’accaduto, entra per la prima volta a contatto con il mondo dei canali e delle chiuse.

04-Maigret-si-commuoveLampson vive abitualmente nello yacht insieme alla moglie, a Willy Marco (uomo di fiducia del colonnello e amante della moglie), Gloria Negretti (amante del colonnello) e Vladimir (il mozzo), passando le giornate in navigazione sui canali francesi, in un’atmosfera spensierata e dissoluta, spesso in stato di ubriachezza. Nemmeno la notizia della morte di Mary distoglie Lampson e i suoi amici dal loro stile di vita e questo atteggiamento viene mal tollerato da Maigret. Il commissario concentra le sue indagini sul “Southern Cross”, ma anche su altre chiatte presenti alla chiusa. Tra queste, la “Providence” e il suo taciturno carrettiere, Jean Liberge.

Tre giorni dopo ha luogo un secondo omicidio. Questa volta la vittima è Willy Marco, assassinato per strangolamento con modalità simile a quella usata per uccidere Mary. Alcuni indizi sembrano far sospettare Lampson, che riesce a ottenere dal giudice istruttore il permesso di recarsi in una propria casa di villeggiatura e rimanervi a disposizione dell’autorità giudiziaria. Lampson congeda Gloria Negretti e comincia a risalire il canale in fretta e furia. Maigret però non è convinto della colpevolezza di Lampson e cerca informazioni nel passato di Mary Lampson.

Maigret si getta all’inseguimento risalendo il canale in bicicletta. In una chiusa intermedia scopre che la sera della morte di Willy Marco, la “Providence” vi ha fatto sosta e che una bicicletta è stata abusivamente utilizzata per percorrere parecchi chilometri. La sera – dopo una corsa di 68 km sotto la pioggia – Maigret raggiunge il “Southern Cross” e la “Providence” a Vitry-le-François. Decide di interrogare Liberge, che però tenta il suicidio riuscendo a ferirsi gravemente. La verità viene presto chiarita: Liberge ha nella spalla un tatuaggio da ex-condannato ai lavori forzati. Da alcune ricerche Maigret stabilisce che il suo vero nome è Jean-Evariste Darchambeaux, medico a Tolosa e marito di Céline Mornet.

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Pietr il Lèttone

Pietro il Lettone (titolo originale francese Pietr-le-Letton, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e il lettone e Pietr il Lettone) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.

Alla Sûreté Général di Parigi giunge una serie di telegrammi provenienti dalla Commissione Internazionale di Polizia Criminale, che informano degli spostamenti attraverso l’Europa di Pietr il Lettone, un noto criminale internazionale specializzato in truffe, la cui destinazione è la capitale francese. Il commissario Maigret decide di recarsi alla Gare du Nord per intercettare il ricercato, di cui conosce solo il “ritratto parlato”. Alla stazione, presso il secondo binario, Maigret ritiene di individuare Pietr in un giovane uomo biondo in cappotto verde appena disceso dal treno “Stella del Nord”, proveniente da Bruxelles.

sim-13L’uomo è accompagnato da tre portabagagli e da un rappresentante di un lussuoso albergo degli Champs-Élysées, l’Hotel Majestic. Tuttavia quasi contemporaneamente viene ritrovato all’interno del treno il cadavere di un uomo che sembra corrispondere alla descrizione di Pietr.

Dapprima il commissario segue le tracce del ricercato all’Hotel Majestic, ove l’uomo si intrattiene con Mortimer-Levingston, un ricco americano impegnato in un viaggio d’affari in Europa.

Dopo che l’uomo biondo e Mortimer-Levingston sono spariti dall’albergo, Maigret ritorna alla Sûreté per essere informato sui dettagli del delitto avvenuto sul treno, soffermandosi in particolare su una busta in carta velina che potrebbe aver contenuto una piccola foto. L’inchiesta a questo punto si sdoppia e porta il commissario da Parigi sino a Fécamp, dove vengono scoperti altri dettagli necessari alla risoluzione del caso.

Durante le indagini, Maigret viene aggredito e ferito e l’ispettore Torrence, suo collaboratore, rimarrà ucciso

A Fécamp, Maigret individua un uomo uguale a Pietr, che vive sotto il nome di Olaf Swaan insieme alla moglie Berthe e ai figli. Maigret pedina l’uomo, ma questi ritorna a Parigi in uno squallido palazzo del quartiere ebraico, dove risiede sotto un altro nome ancora (Fédor Yourovitch), con una donna di origine polacca, Anna Gorskine. Si tratta sempre di Pietr o di un sosia? L’ipotesi di un sosia potrebbe essere confermata dalla personalità profondamente diversa avvertita da Maigret nei due uomini: uno sicuro di sé e superbo; l’altro palesemente fragile, nervoso e alcolizzato. Con la morte di Torrence, l’inchiesta è diventata per Maigret un affare personale.

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di Amministratore Inviato su Romanzi

Maigret in tipografia

news

 

Questo sito, come tutti ben sanno, è dedicato alla versione italiana delle Inchieste del Commissario Maigret: considerato il fatto che tutto sommato sedici inchieste (più una per il grande schermo)

sono un’inezia rispetto a quanto realmente scritto da Georges Simenon,  (e siamo andati già fuori tema diverse volte parlando del nostro beniamino!!) abbiamo deciso di dedicare una sezione del

nostro “lavoro” ai racconti che vedono protagonista il buon Commissario (ben settantacinque romanzi, e ventotto racconti !!).

Spero che questo grande “fuori tema” sia gradito a tutti, ma, ripetiamo, ha una sua sezione, e non andrà mai a mischiarsi con il nostro amato Maigret-Gino Cervi !

Lo staff

Le indagini di Maigret partono quasi sempre da una buona mangiata

 

Con la sua sconfinata produzione letteraria, Georges Simenon non solo ha cercato di indagare i complicati meccanismi del vivere umano (sforzandosi di comprendere i motivi e le ragioni che determinano ogni singola azione), non solo ha creato figure immortali di piccoli grandi uomini, ma ha anche realizzato un autentico monumento alla cucina francese.

Nei suoi innumerevoli romanzi, infatti, molto spesso vengono descritte le pietanze più tradizionali, dal semplice piatto fatto in casa, alla più raffinata cena parigina, nel rispetto delle origini e nella esaltazione delle rispettive qualità. D’altronde anche in questo campo Simenon fu condizionato dalle esperienze maturate nella sua lunga e straordinaria vita. Nato da padre vallone e da madre fiamminga, con qualche ascendenza tedesca, era stato abituato fin dall’infanzia ad apprezzare le qualità e le caratteristiche di entrambe le cucine.

imm_gino_cerviQuella del padre consisteva soprattutto nella preparazione di bistecche tagliate sottili e molto cotte, accompagnate da un contorno di piselli e patate fritte; la madre – invece – prediligeva stufati con molta pancetta e verdure, carote, cipolle, porri. Lei amava i sughi cotti a lungo, a fuoco lento. Quando il padre dello scrittore, di professione assicuratore, tornava a pranzo dall’ufficio, la moglie ed il figlio avevano già finito di mangiare; egli scopriva come la sua minestra, messa sul fuoco fin dalle sette del mattino, cotta a fuoco basso, e appena riscaldata, si rivelasse ancora gustosissima. In casa Simenon prevaleva, tuttavia, la cucina belga, con abbondanza di cozze e patate fritte: queste ultime comparivano nel menù familiare almeno tre volte la settimana.

Elencando i piatti preferiti della sua infanzia, Simenon usava citare, tra gli altri, i maccheroni gratinati al formaggio ed il flan (“Mia madre ci preparava il flan quando eravamo a letto ammalati”). Lo stesso scrittore racconta come, verso gli otto anni prediligesse le cozze e la torta di riso. Il piccolo Georges coltivava una vera passione per questo dolce tipicamente belga, ben conosciuto, però, sia dai valloni che dai fiamminghi. Di questa leccornìa sarà ghiotto anche Maigret, che lo scoprirà nel 1932 (Chez les Flamands). Il più celebre dei personaggi usciti dalla penna del romanziere belga, infatti, è un raffinato buongustaio. Egli ama cibi semplici e tradizionali, gustosi, invariabilmente legati alle loro origini, preferibilmente preparati in casa o in vecchie locande e bistrot tradizionali.

Al cibo, infatti, il Commissario, come fa con ogni sua azione, associa collaudati rituali, attribuisce significati del tutto particolari e personali, conferisce un ruolo determinante nel regolare il ritmo della vita quotidiana. Secondo il suo umore, decisamente variabile, egli decide, appena sveglio, se consumare la prima colazione in casa o nella vicina brasserie; si predispone a sorseggiare un semplice caffè ovvero a gustare fragranti croissant, uova soda e prosciutto, concedendosi finanche (davanti ad increduli presenti, quali il fedele Lognon: Maigret et le fantôme) il primo bicchiere di vino bianco della giornata; si appresta, insomma, a gestire, in modo ogni volta diverso, gli impegni quotidiani sempre onerosi. “Cosa c’è per colazione?” chiede con invincibile curiosità ad uno sconosciuto barista (Maigret et l’Indicateur).

Anche nel corso del giornata, scandita da ritmi collaudati, ma mai monotoni, Maigret decide quando, dove e cosa mangiare, in virtù del singolo momento. A pranzo, nonostante la moglie ogni giorno regolarmente prepari con scrupolosa attenzione piatti particolarmente gustosi, ed apparecchi con amorevole cura la tavola, Maigret finisce spesso per fermarsi in ufficio. Qui consuma, solo raramente con i propri collaboratori, grossi sandwich al prosciutto o al formaggio, bevendo birra da giganteschi boccali. Mangia lentamente, guarda la Senna, pensa all’indagine in corso, cerca di elaborare una strategia investigativa, si predispone all’accensione della stufa e della pipa e, quasi in estasi, si prepara ad immergersi nell’inchiesta che lo occupa.

A volte, invece, è proprio l’inchiesta in corso che gli impedisce di tornare in ufficio; Maigret (non senza una sottile soddisfazione) è “costretto” a recarsi a mangiare presso la adorata Brasserie Dauphine, dove il proprietario, divenuto ormai suo amico, gli offre le sue pietanze preferite. “Che minestra hai fatto?”, chiede con ansia, sedendosi su uno sgabello; “Di pomodori” gli risponde con aria soddisfatta l’oste (Maigret). Ogni sera Maigret, salendo le scale che lo portano al proprio appartamento in Boulevard Richard-Renoir, la cui porta viene aperta dalla moglie appena sente avvicinarsi il suo pesante passo, cerca di indovinare quale delizia culinaria la stessa gli abbia preparato. Non era raro che la sera precedente egli avesse accompagnato l’amata Louise ad acquistare del fegato lardellato: si preparava, pertanto, a gustare fegato di maiale farcito.

A lui non piacciono piatti sofisticati! Ad un vecchio amico, che arricchendosi era divenuto “snob”, e che lo aveva invitato a cena, si era deciso a dire senza mezzi termini: “… Il menù era di grande qualità, ma i piatti non avevano sapore, non sapevano di nulla!” (L’ami d’enfance de Maigret). Come la madre per il piccolo Georges, anche per Maigret, allorquando l’influenza lo costringe a letto, l’amorevole moglie prepara pietanze speciali: uova al latte e crema al limone o crème caramel.

Il Commissario è diffidente, non ama consumare cibi che non conosce, disdegna recarsi a mangiare in posti non congeniali. Quando ne era costretto (La colère de Maigret), quasi rispettando un rito scaramantico chiedeva sempre: “Si può mangiare da voi?”, ricevendo l’ovvia risposta “E’ naturale che si può mangiare”. Quindi, seguendo la tecnica “progressiva” degli interrogatori, proseguiva l’indagine: “Cosa preparate?”. Si tranquillizza solo apprendendo che nel menù sia compresa qualche pietanza a lui gradita (fricandò, arrosto di maiale con lenticchie, un buon patè di campagna).

Il Commissario è un animale abitudinario: i ritmi della sua vita prevedono sempre una cena settimanale (il giovedì) con i coniugi Pardon. A settimane alterne i Maigret si recano presso l’abitazione degli amici, ovvero li ricevono in Boulevard Richard-Renoir. Con l’amica Madame Pardon (moglie del medico Pardon) Louise Maigret scambia ricette che si aggiungono al patrimonio culinario della casa degli ospiti. Quelle svelate dalla moglie del Commissario sono spesso ricette che provengono dall’Alsazia, suo paese di origine.

I segreti appresi, invece, vengono da lei trascritti con cura su un quaderno acquistato dal marito in una cartoleria di Montmartre dov’era andato a chiedere informazioni, per una delle sue prime inchieste. In quell’occasione Maigret era stato costretto a comperare due quaderni, per rabbonire la vecchia cartolaia che si era innervosita, diventando scostante e sospettosa. Li aveva entrambi regalati alla moglie; nell’altro quaderno Madame Maigret usava incollare i ritagli di giornale che parlavano di suo marito. Era quest’ultimo quello che le stava più a cuore!

 

Gabriele Protomastro

Maigret, profeta ‘slow food’.

 

La fortuna di Maigret è che Simenon lo fa nascere quando a Parigi non c’ è ancora la Tour Eiffel e lo manda in pensione (a Meung-sur-Loire) nel 1972.

mtestDi lui sappiamo che è nato e cresciuto in campagna, nell’ Allier (oggi famoso per le barriques, di cui non si trova traccia nelle storie di Maigret). è un auvergnat sentimentalmente e gastricamente legato a piatti di terra, pur non disdegnando il pesce d’ acqua dolce (la frittura di ghiozzi) né il mare (sogliola à la dieppoise, cappesante e, quando se la può permettere, aragosta).

Nel ‘ 78, cioè sei anni dopo l’ ultima avventura (Maigret et monsieur Charles), Simenon scrive del suo commissario, in verità suo alter ego: «Maigret è un piccolo borghese molto onesto. Ama mangiare ed è forse l’ unico piacere che si concede, come i poveri. Non va quasi mai al cinema, non vede la tv, non ha l’ automobile, non sa guidare». è vero che Maigret ama mangiare e non si preoccupa della linea. Se sta interrogando un sospetto con la prospettiva di farlo confessare, fa arrivare panini e birre dalla Brasserie Dauphine, altrimenti prende quello che la cosmopolita

Parigi gli offre, ma raramente cede a cucine straniere (giusto una paella, una pizza, una scaloppina alla fiorentina). Parigi non è la città di Maigret, che ci arriva da orfano, a vent’ anni, e nemmeno con la prospettiva di entrare in polizia. Fa il commesso in un negozio di passamanerie di rue des Victoires quando un vicino di pianerottolo, l’ agente Jacquemain, lo convince a scegliere la divisa, e Maigret partirà dal gradino più basso per un flic: da un commissariato periferico, in bici, portando messaggi. Parigi, coi suoi riti, miserie e grandezze, diventa la sua città, è obbligato a conoscerla, dai ministeri (che non ama) alle topaie (che cerca di capire, ma senza fare sconti). Nemmeno madame Maigret, Louise, è parigina. è alsaziana di Colmar, una sorella le manda il liquore di prugne (qualche goccia nel coq au vin è il suo tocco segreto).

Vivono protetti, se non proprio in difesa, al 132 di boulevard Richard-Lenoir. Lei quasi sempre in casa, salvo uscire a fare la spesa per lui. E quando a pranzo c’ è un piatto di quelli prediletti da Maigret, garantito che non può goderselo. Motivi di lavoro. Spesso lui torna che lei è già a letto. Salendo al terzo piano si slaccia la cravatta e infilando la chiave nella toppa ripete la brevissima, rassicurante formula: «C’ est moi». Le uscite mondane si riducono a un quindicinale scambio d’ inviti con la famiglia del dottor Pardon (che è anche il medico curante di Maigret). Abita nello stesso boulevard, ha gli stessi gusti di Maigret. Dopo cena gli uomini si ritirano in un salottino a fumare e a sorseggiare un liquore o un distillato mentre le mogli restano a parlare fra loro e a scambiarsi ricette. Dal dottor Pardon Maigret va volentieri, mentre si sente intimorito, vagamente a disagio, quando lo invita il dottor Paul.

Uno famoso, ha fatto l’ autopsia a Jules Bonnot, l’ anarchico che fece da autista a Conan Doyle e fu ucciso dalla polizia nel 1912. Uno famoso va nei posti famosi, come Lapérouse (quai des Grands Augustins), ma quel lusso ovattato non piace al campagnolo Maigret. A Maigret piacciono posti più popolari, i bistrots che noi chiameremmo trattorie, oppure osterie con cucina. Quelle di una volta (appunto), con una donna ai fornelli (moglie, amante, figlia, sorella, cognata, zia) e un uomo in sala, ad illustrare a voce i piatti del giorno, se già non erano stati scritti su una lavagnetta. Anche il vino sfuso era fornito da qualche parente. In quei posti, con calma, il commissario si consegnava al piacere del cibo. Con calma, lentamente: è facile immaginare Maigret «slow food», non solo perché il fast food doveva ancora essere codificato ma soprattutto per una questione di pelle, di sensibilità.

Oltre al fumo e al sudore, in quelle stanze affollate di varia umanità, il suo naso percepiva gli odori dominanti (burro uguale nord, aglio uguale sud) ma anche quelli che venivano da un localuccio pomposamente chiamato cucina. Le andouillettes alla griglia, il fricandeau all’ acetosella, il coniglio in umido, le trippe à la mode de Caen. Nei suoi esordi parigini, Simenon se ne serviva da Pharamond, alle Halles, e trovava il gusto «eccessivo». I gusti di Maigret sono evidentemente modellati sui gusti di Simenon, cresciuto in Belgio con un padre vallone che mangiava principalmente bistecche stracotte e patate fritte e una madre fiamminga che amava le cotture lunghe e i dolci. «Maigret stava per mangiare il dessert quando si accorse del modo in cui sua moglie lo osservava, con un sorriso un po’ canzonatorio e materno sulle labbra. Fece finta di non notarlo, tuffò il naso nel piatto, trangugiando qualche cucchiaiata di uova al latte prima di alzare gli occhi».

Il brano, tratto da Maigret e il corpo senza testa, rappresenta un Maigret in cui sono stati riversati i ricordi di Simenon. La fortuna di Maigret sta nel non aver conosciuto splendori e limiti della nouvelle cuisine. Quasi impossibile pensarlo alla prese con uno dei mille ikebana della Nc (uno col suo appetito, tra l’ altro, e il suo fisico) oppure, ai tempi attuali, con un salmone marinato all’ aneto, creato dai Troigros ma presente ovunque, dalla Lorena al Roussillon, o con i “méli-mélo”, i “duo”, i “voyages autour de”. Simenon aveva viaggiato tantissimo e, per esempio, mangiato aringhe crude (maatjes) in Olanda e pesce marinato nel latte di cocco a Tahiti. Ma nelle migliaia e migliaia di pagine sulle sue inchieste, Maigret non mangia mai nulla che non sia cotto a puntino, con l’ eccezione delle bistecche alte due dita (con le solite patatine fritte). Maigret è onnivoro perché mangia la choucroute dell’ est come l’ aioli e la bouillabaisse del sud, il cassoulet del sudovest, con preferenze per quello di Tolosa. Bere, uguale, a seconda di come gli gira e di quello che mangia: Muscadet di Sèvre et Maine o rosso forte di Cahors, Borgogna come Médoc, ma anche birra, anche sidro. Maigret mangia quello che vuole, non quello che capita. Si adatta.

Se ha in mente uno spezzatino coi piselli e gli propongono gigot d’ agneau, va bene lo stesso. Quello che conta è che siano piatti semplici e serviti con semplicità. Tra le pagine si scopre una passione che privilegia le frattaglie: animelle, trippe, fegato e in particolare le andouillettes. Si tratta di salsicce composte da tratti d’ intestino e stomaco del maiale, in genere servite con una salsa alla senape o grigliate. Due località si disputano l’ appellativo di patria dell’ andouillette: Troyes, nell’ Aube, dove si fa risalire l’ invenzione all’ anno 878, per l’ incoronazione a re di Francia di Luigi II detto il Balbuziente, e Vire, in Normandia, dove il disciplinare prevede l’ affumicatura delle trippe con legno di faggio. Capisco che una salsiccia di trippe di maiale possa non rappresentare il massimo, ma si tratta di uno dei piatti che si servono non solo nei bistrots ma in tutti gli autogrill di Francia. Lo dico per il morale della trippa e perché Maigret nasce da un contrasto. Il cognome è quasi identico a una specialità (magret de canard) e Maigret significa magrolino. Invece il commissario è massiccio, anche se non grasso, facciamo 110 chili per 1.80 di statura. In tempi di sushi e sashimi non si sa perché imperanti e per conto degli amanti del quinto quarto, lasciatemi chiudere dicendo che a tavola Maigret è vivo e lotta insieme a noi.

 

Articolo scritto da Gianni Mura

Dai bistrot alle chiatte sulla Senna: i 120 luoghi del Commissario Maigret

 

I romanzi di Georges Simenon hanno due protagonisti: il commissario Maigret e Parigi. I 75 romanzi e i 28 racconti polizieschi nei quali Jules Maigret indaga sono anche un monumento letterario alla città, che pure ne ha avuti molti: forse uno dei più belli, certamente uno dei più completi. Del resto Simenon, nato a Liegi, era arrivato a Parigi nel 1922 e se ne era innamorato subito, anche se poi ci visse soltanto fino al ‘38.

La sua Parigi rimane intatta durante tutta la saga del commissario, dal 1930 al ‘72, fuori dal tempo, immota in un bianco e nero da fotografie di Doisneau, una Parigi di bistrot, case chiuse, balli popolari, chiatte sulla Senna e stazioni con ancora le locomotive fumanti. E dire che nei meravigliosi sceneggiati Rai, in bianco e nero anche loro, con il grande Gino Cervi nei larghi panni del commissario (secondo Simenon, di tutti gli attori che avevano impersonato il suo personaggio era Cervi quello che gli si era «più avvicinato») e la non meno brava Andreina Pagnani come madame Maigret, Parigi non si vedeva quasi mai, perché per risparmiare erano girati in studio…

maigret-tavolaPerò quella Parigi, la Parigi di Simenon, è ancora tutta lì (o quasi), come dimostra un volumetto di Michel Carly, grande simenonologo, «Maigret – Traversées de Paris», ovvero «I 120 luoghi parigini del commissario». A cominciare dalla casa: il commissario abita con la signora Maigret al 132 di boulevard Richard-Lenoir, un vialone che risale da piazza della Bastiglia verso nord.

Per la verità, se il nome del boulevard è citato nei romanzi per ben 187 volte (Carly è pignolissimo), il numero civico appare solo in uno, «Maigret et son mort» pubblicato nel ‘48, in italiano «Ben tornato, Maigret» o «Il morto di Maigret», a seconda del traduttore e dell’editore. Ma allora non si capisce perché Maigret, le rare volte che prende il metro, non lo faccia alla fermata di Oberkampf invece che alla Bastiglia, e soprattutto perché sua moglie vada a fare la spesa lontano quando, proprio sotto casa, c’era e c’è uno dei più colorati e appetitosi mercati parigini.

I Maigret vivono lì, in affitto, dal 1912, cioè da quando si sono sposati (ricordiamo che il commissario è nato nel 1887). A parte un breve periodo durante il quale devono traslocare perché il proprietario ha deciso «finalmente» di restaurare il palazzo. E allora il poliziotto più famoso di Francia trasloca in place des Vosges. E questo è possibile solo nei romanzi, o almeno in quelli d’epoca. Adesso la splendida place des Vosges è uno degli indirizzi più chic e di conseguenza cari di Parigi.

Lì abitano star del cinema, ministri ed ex tali, grandi chef e, almeno finché la moglie non si è decisa a sbatterlo fuori, Dominique Strauss-Kahn. Ma Simenon la conosceva bene, perché nel 1923 la piazza, non così esclusiva e anzi ancora malandata come tutto il Marais oggi alla moda, era stato il suo primo indirizzo parigino: prima, aveva sempre vissuto in piccoli hôtel un po’ equivoci. Simenon stava al 21 (Dsk, per la storia, al 13) e aveva come vicino di casa, guarda caso, un certo… Paul Maigret.

Poi, naturalmente, il 36, Quai des Orfèvres, la mitica sede della Polizia giudiziaria, dove il signor commissario ha l’ufficio al secondo piano, con la stufa di ghisa che ha ottenuto di conservare dopo l’installazione del riscaldamento centralizzato. Tutto è descritto con precisione: lo scalone polveroso, il lungo corridoio, la sala d’aspetto dove i sospetti attendono l’interrogatorio di Maigret (ma lui trasuda una tale umanità che alla fine confessare è un sollievo), gli uffici vecchiotti. Qualche anno fa, però, la Brigata omicidi ha traslocato altrove.

Invece la brasserie Dauphine dove Maigret va a mangiare o dalla quale si fa portare un gran vassoio di panini e «demi», i boccali di birra, non esiste. O almeno non è mai esistita con questo nome. C’era invece un café-restaurant «Aux trois marches», ai tre scalini, che c’è ancora anche se ha cambiato nome. Simenon, peraltro, ci si fece fotografare bevendo, anche lui, un «demi». Accanto, al numero 15 della place Dauphine, una targa ricorda che vissero lì Yves Montand e Simone Signoret.

E poi: Pigalle e le sue luci, le stazioni (detestate da Simenon), i canali (amatissimi), le Halles non ancora smantellate con i loro alberghetti sordidi, i ristoranti a prezzo fisso dove i clienti habitués hanno il loro portatovagliolo, le osterie fuoriporta con i balli popolari al suono della fisarmonica, la rue Lepic, «la via più umana del mondo», certe strade signorili e misteriose di Neuilly o del sedicesimo arrondissement, e chissà che drammi dietro quei portoni chiusi con gli ottoni che brillano… Pochi come Simenon hanno raccontato così Parigi, i suoi colori, i suoi sapori, i suoi suoni, la sua luce, perfino i suoi odori. Scrittore popolare, può darsi; grande scrittore, senza dubbio.

 

Autore dell’Articolo Sig. Alberto Mattioli