Dopo cinquant’anni, la pipa di Maigret continua a fumare

Ci hanno provato in tanti. Jean Gabin, per dire. O Charles Laughton. Attori che nella storia del cinema meritano una poltrona nel pantheon dei grandi. Ma come lui, Luigi Cervi detto Gino da Bologna, classe 1901, nessuno mai. Maigret sarà sempre e soltanto lui, almeno nell’immaginario collettivo dell’Italia in bianco e nero, forse ingenua ma capace di grandi passioni, di amare ed elevare un personaggio e il suo interprete a icone senza tempo.

Cervi - Pagnani

E’ passato mezzo secolo, una vita, un’era geologica nel mondo della televisione, della fiction, nel modo di raccontare le storie, di strutturarle, di offrirle al consumo del pubblico. Cinquant’anni fa, era l’autunno del 1964, la Rai mandava in onda la prima serie delle indagini del commissario Maigret, senza poter prevedere che per otto anni sarebbe stato un successo clamoroso, non certificato dall’Auditel ma così profondo da diventare, forse, il primo fenomeno mediatico di massa della nostra televisione insieme ai quiz di Mike Bongiorno.

Due anni dopo, nel 1966, poi ancora nel 1968 e nel 1972, Gino Cervi e la sua compagnia di giro (Andreina Pagnani, Franco Volpi, Mario Maranzana, il livornese Daniele Tedeschi, Oreste Lionello) vennero praticamente «obbligati» a girare altri episodi, sedici in tutto, perché anche chi non aveva mai letto un romanzo di Georges Simenon (la maggior parte, in un paese ancora non del tutto alfabetizzato) davvero non poteva più fare a meno delle volute di fumo della pipa di quel attore-detective buono, burbero, così carnale e viscerale nell’interpretazione.
Maigret e Montalbano. Pochi sanno, però, che uno dei padri del successo televisivo del commissario con la pipa è stato Andrea Camilleri, il creatore di Montalbano. Il giallista siciliano, all’alba degli anni Sessanta, lavorava come produttore per la seconda rete della Rai, ed era quello che doveva inventarsi le trasmissioni di successo. «In quegli anni – ha raccontato Camilleri – non era facile portare certi prodotti in televisione, la grande prosa ad esempio. Il trucco per intercettare l’interesse del pubblico era scegliere i grandi attori e così avvenne con Cervi e la Pagnani: il successo fu tale che la sera in cui andava in onda Maigret le sale cinematografiche furono costrette a mettere gli apparecchi tivù, e farlo vedere prima del film. Altrimenti la gente se ne stava a casa e addio incasso».
Difficile non notare il fil rouge che lega la Parigi di Maigret alla Vigata di Montalbano: umanità, buon cibo e buon vino, la capacità di scavare nell’animo umano per arrivare alla soluzione, il tutore dell’ordine che diventa uno di noi con le sue manie, i suoi vizi, il suo privato.
Gli interpreti. Gino Cervi è stato il miglior Maigret della storia televisiva. Il ruolo di Peppone nella fortunatissima saga di Guareschi gli aveva già regalato una popolarità fragorosa e trasversale. Ma il personaggio letterario del commissario della polizia giudiziaria di Parigi sembrava tagliato apposta per lui. Fu Diego Fabbri a volerlo per la voce baritonale, il fisico massiccio, lo sguardo ironico dietro al cipiglio, la fissazione per la pipa, per la buona tavola, per il Calvados, l’imbarazzo nel rapporto con le belle donne. E soprattutto quella capacità di risolvere ogni sporco rebus che emergeva dai fumosi bassi di Parigi, un mondo sordido di prostitute, locali equivoci, povera gente, mettendo insieme pezzo per pezzo, mettendo a nudo l’anima dei criminali e delle loro vittime senza affidarsi agli strumenti più moderni, alla medicina legale ad esempio. L’esatto contrario dei Csi dei giorni nostri. Maigret era uno di famiglia perchè ci portava anche dentro le piccole vicende del suo appartamento di Avenue Richard Lenoir, che divideva con la dolce signora Maigret, una sorta di vedova bianca capace di aspettare il marito giorno e notte, con pazienza, preparandogli da mangiare a ogni ora, obbligandolo a infilare la maglia della salute nelle giornate fredde, ma anche di offrire all’amato le sue chicche di saggezza nei casi particolarmente complicati. Una superba Andreina Pagnani, doppiatrice storica delle divine Garbo e Hayworth, grande attrice di teatro e amata da Alberto Sordi nonostante la differenza di età (lei aveva 14 anni in più) ha accompagnato l’amico e sodale Gino Cervi (hanno fatto compagnia insieme in teatro per decenni), sulla strada dorata del successo.
E che dire della squadra del Quai d’Orfevres, sede (vera) della polizia parigina, i «ragazzi» amati da Maigret e obbligati a notti insonni tra appostamenti e pedinamenti? Questi ruoli sono stati i punti più alti delle carriere, ad esempio, di Mario Maranzana (il fido Lucas, così ipnotizzato dal capo da imitarlo anche nel fumo della pipa), di Gianni Musy (Lapointe), che proprio in quegli anni fece fortuna con un altro sceneggiato di grande successo, la Freccia Nera, di Manlio Busoni (l’ispettore Torrence) e del livornese Daniele Tedeschi, che interpretava il fatale e piacione Janvier. 84 anni, Tedeschi è nato a Milano ma a Livorno è cresciuto fino al trasferimento a Roma dove diventò molto noto come attore di prosa alla radio. Dopo il successo con Maigret, ha lavorato a lungo come doppiatore prima di trasferirsi in Argentina. Una presenza fissa, negli otto anni di Maigret, è stata anche quella di Franco Volpi, elegantissimo e austero attore milanese (interpretava il giudice Comelieau) che anche il pubblico più giovane ricorda nel ruolo del corrottissimo e cocainomane ministro in «Johnny Stecchino» di Roberto Benigni. E infine Oreste Lionello, la voce di Woody Allen, che impersonava il fragile e geniale medico legale Meurs.
I «camei». Tanti, tantissimi i grandi attori che hanno impreziosito la serie del Maigret italiano. Dal fiorentino Arnoldo Foà, torbido e tormentato Ducrau de «La Chiusa» all’altra toscana Marina Malfatti, dolce ed equivoca ballerina in «Maigret e le ombre cinesi». Sergio Tofano era il vecchietto un po’ svanito dell’«Affare Picpus», Cesco Baseggio, mito assoluto nella scuola veneziana, il falsario ottuagenario di «Maigret sotto inchiesta». Gian Maria Volontè era un credibilissimo pazzo omicida in «Una vita in gioco», il grande attore pistoiese Ugo Pagliai, qualche anno prima della sua esplosione con «Il segno del comando» e «L’amaro caso della Baronessa di Carini» era un giovane medico. E come dimenticare la Loretta Goggi sedicenne o Giuseppe Pambieri, nipote sventato dell’ispettore in «Maigret in pensione», ultimo atto della saga girato nel 1972, quando un Cervi già settantenne decise di chiudere questa bella favola perché la fisicità fatalmente non era più quella degli inizi: il grande attore morirà il 3 gennaio del 1974 a Castiglion della Pescaia.
Le ambientazioni. Erano gli anni pionieristici della Rai e i soldi erano pochi per le fiction d’antan. Così la produzione guidata da Fabbri e Camilleri decise di girare alcuni esterni a Parigi (soprattutto nelle sigle di apertura e chiusura si vedeva Maigret-Cervi passeggiare sul lungosenna, a Montmartre oppure salire con l’ascensore della Torre Eiffel) utilizzandoli poi come «inserti» dentro i racconti girati negli studi di posa della Rai, dove furono abilmente ricostruiti scorci delle strade parigine. Col passare degli anni poi, e con qualche progresso della tecnica, le scene all’aperto aumentarono.
YouTube. La serie di Maigret è stata
vendutissima in Vhs e in Cd ma è tornata a vivere davvero con l’avvento di YouTube, dove l’intera serie è stata condivisa, ottenendo un numero davvero clamoroso di visualizzazioni. Come dire, sono passati 50 anni, sono cambiati gli strumenti e il mondo, ma quella pipa non smette di fumare…

Articolo di Giorgio Billeri.

Il Crocevia delle Tre Vedove

Una vecchia leggenda, tre case sperdute: un grande e vecchio edificio, una piccola abitazione e una pompa di benzina, un omicidio. Chi ha ucciso un famoso ricettatore di diamanti venuto dall’estero? Il cadavere è stato ritrovato nell’automobile di un uomo del luogo, ma Maigret non è convinto, e alla fine sbroglierà la matassa che vede protagonista una grande banda criminale.

Il romanzo è stato scritto all’hotel La Michaudière di Guigneville-sur-Essonne, nei pressi di La Ferté-Alais in Francia nell’aprile del 1931 e sempre in Francia è stato pubblicato per la prima volta nel giugno dello stesso anno, per l’editore Fayard.

In Italia è apparso per la prima volta nel 1934 con il titolo Il mistero del crocevia, tradotto da Marise Ferro e pubblicato da Mondadori nella collana “I gialli economici” (n° 7). Sempre per lo stesso editore è stato ripubblicato anche col titolo Maigret e la casa delle tre vedove in altre collane o raccolte tra gli anni sessanta e ottanta (dal 1962 nella traduzione di Elena Cantini e dal 1989 in quella di Lea Grevi). Nel 1996 il romanzo è stato pubblicato presso Adelphi con il titolo Il Crocevia delle Tre Vedove, tradotto da Elena Muratori, nella collana dedicata al commissario (parte de “gli Adelphi”, al n° 99).

 

 

Di questa opera esiste l’audiolibro prodotto da Emons, letto come sempre da Giuseppe Battiston.

Potete ascoltarne un’anteprima cliccando sul player qui sotto.

Per maggiori informazioni clicca QUI

 

Maigret e il cane giallo

Il cane giallo (titolo originale francese Le chien jaune, pubblicato in traduzione italiana anche col titolo Maigret e il cane giallo) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.

caneMaigret è chiamato a Concarneau, per indagare sull’enigmatico ferimento del famoso commerciante di vini locale, Mostaguen. Quello di Mostaguen è solo il primo di una serie di omicidi, o tentati omicidi, che coinvolgono il gruppo di amici del commerciante, tutti esponenti di spicco della città. Maigret segue la sua pista, in qualche modo guidato da un bizzarro cane giallo sempre presente nei momenti e suoi luoghi degli omicidi. Un confronto voluto da Maigret con tutti i protagonisti di questa intricata vicenda, porterà il commissario alla soluzione del caso.

Da questo lavoro è stato tratto un fotoromanzo, sempre con Gino Cervi come protagonista.

Emons Audiolibri ha creato la versione audilibro di questo romanzo, letto da Giuseppe Battiston, potete ascoltarne un’anteprima cliccando sul player qui sotto.

 

 

 

 

Per informazioni seguite QUESTO link !

 

 

Una vita in gioco

La testa di un uomo (titolo originale francese La tête d’un homme, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e la vita di un uomo, Maigret e una vita in gioco e Una testa in gioco) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.

Maigret decide di credere a Joseph Heurtin, un giovane condannato a morte per l’omicidio di due anziane donne a Saint-Cloud, il quale si è sempre ostinatamente dichiarato innocente. Il commissario appare stanco e non più sicuro delle scelte effettuate durante l’indagine e riesce a convincere i propri superiori a organizzare un’evasione pilotata perché il giovane lo conduca al vero colpevole. Maigret verrà continuamente sfidato sul terreno dell’astuzia da un antagonista inusuale, il cecoslovacco Jean Radek, personaggio complesso che incrocerà il commissario per tutta la durata dell’indagine. Il finale è rivelato nel lungo ed esaustivo racconto del commissario al giudice Coméliau.

vitaIl romanzo è stato scritto all’Hôtel L’Aiglon di boulevard Raspail a Parigi nel febbraio del 1931 e pubblicato per la prima volta in Francia nel settembre dello stesso anno, presso l’editore Fayard. Sempre per lo stesso editore nel 1950, il romanzo è stato pubblicato con il titolo L’homme de la Tour Eiffel, in concomitanza con l’uscita in Francia dell’omonimo film di Burgess Meredith.

In Italia è apparso per la prima volta nel 1933 con il titolo La testa di un uomo, tradotto da Guido Cantini e pubblicato da Mondadori nella collana “I gialli economici” (n° 6). Sempre per lo stesso editore è stato ripubblicato anche coi titoli Maigret e la vita di un uomo e Maigret e una vita in gioco in altre collane o raccolte tra gli anni cinquanta e ottanta (dal 1988 nella traduzione di Emanuela Fubini). Nel 1993 il romanzo è stato pubblicato presso Adelphi con il titolo Una testa in gioco, tradotto da Graziella Cillario, nella collana dedicata al commissario (parte de “gli Adelphi”, al n° 84).

 

Maigret e il cane giallo : Fotoromanzo !

Tratto dall’omonimo romanzo di Georges Simenon, del 1931, fotoromanzo originale con Gino Cervi, Laila Regazzi e Alberto Anelli per la regia di Sirio Magni, dal quale non fu tratta alcuna paginaedizione televisiva della serie di sceneggiati de “Le inchieste del Commissario Maigret”. Maigret è chiamato a Concarneau, per indagare sull’enigmatico ferimento del famoso commerciante di vini locale, Mostaguen. Quello di Mostaguen è solo il primo di una serie di omicidi, o tentati omicidi, che coinvolgono il gruppo di amici del commerciante, tutti esponenti di spicco della città. Maigret segue la sua pista, in qualche modo guidato da un bizzarro cane giallo sempre presente nei momenti e suoi luoghi degli omicidi.

Per vedere delle anteprime più dettagliate cliccate QUI e sarete reindirizzati.

Vogliamo parlare di questi bei baffi posticci ? :)

Vogliamo parlare di questi bei baffi posticci ?🙂

Il signor Gallet, defunto

Il signor Gallet, defunto (titolo originale francese Monsieur Gallet, décédé, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e il castellano e Il defunto signor Gallet).

Émile Gallet, domiciliato a Saint-Fargeau, viene trovato morto in una stanza d’albergo a Sancerre, apparentemente assassinato. Maigret si occupa dell’indagine che lo porta a scoprire la doppia vita del defunto: rappresentante di commercio agli occhi della moglie, Aurore Préjean, in realtà vive da anni di espedienti, con il nome di Clément, estorcendo piccole somme a nostalgici monarchici di maigret_M Gallet decede 8Sancerre, tra cui il castellano Tiburce de Saint-Hilaire. Maigret sospetta di lui e del figlio della vittima, Henry. Gallet era però ricattato da qualcuno che era a conoscenza della sua duplice identità, e per questo aveva stipulato un’assicurazione sulla vita a favore della moglie.

Maigret arriverà a risolvere il caso non “cercando l’assassino”, ma cercando di “conoscere la vittima”. Scopre che il ricattatore, Jacob, era in realtà a servizio di Henry e della sua amante, Eléonore Boursang. Scopre che per pagare loro aveva chiesto del denaro a Saint-Hilaire, il quale anni fa in Indocina aveva scambiato la propria identità con quella di Gallet stesso, appropriandosi della sua eredità. L’omicidio, alla fine, risulta un suicidio camuffato, che Gallet aveva messo in scena per far avere il premio assicurativo alla moglie. Il romanzo finisce con Maigret che ancora non ha deciso se farà il rapporto con tutta la verità.

Il romanzo è stato scritto a bordo dell’Ostrogoth a Morsang-sur-Seine nell’estate del 1930 e pubblicato per la prima volta in Francia, da Fayard, nella primavera successiva.

In Italia è apparso per la prima volta nel 1933, tradotto da Guido Cantini e pubblicato da Mondadori nella collana “I libri neri. I romanzi polizieschi di Georges Simenon” (n° 6)[1] e sempre per lo stesso editore è stato ripubblicato anche in altre collane o raccolte tra gli anni trenta e ottanta[2] (dal 1966 con il titolo Maigret e il castellano, nella traduzione di Elena Cantini, e dal 1988 nella traduzione di Lea Grevi). Nel 1994 è stato pubblicato presso Adelphi con il titolo Il defunto signor Gallet, tradotto da Elena Klersy Imbreciadori, nella collana dedicata al commissario (parte de “gli Adelphi”, al n° 68).

 

Il carrettiere della “Provvidenza” (Maigret si commuove)

Il carrettiere della “Provvidenza” (titolo originale francese Le charretier de “La Providence”, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret si commuove e Il cavallante della “Providence”) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret. È il secondo romanzo dedicato alle inchieste del celebre commissario.

Presso la chiusa di Dizy, vicino alla città di Épernay, in una piovosa notte qualche ora prima dell’alba, un cavallante, frugando nella paglia della stalla in cui ha dormito, rinviene il cadavere di una donna strangolata. Il suo aspetto curato e il suo abbigliamento, più adatto a una serata mondana in città, contrastano in modo stridente con il luogo del ritrovamento.

La sera successiva giunge alla chiusa un battello da diporto capitanato da sir Walter Lampson, un colonnello inglese in pensione, che identifica la donna strangolata come sua moglie, Mary Lampson.

In questo romanzo viene presentato al lettore il “metodo Maigret”, che consiste paradossalmente nell’assenza di un metodo. Il commissario si abbandona alle sensazioni che gli vengono suggerite dall’ambiente e dalle persone che lo abitano, assorbendo “come una spugna” fino a quando non intuisce la soluzione o una pista verso di essa. Quando viene inviato a indagare sull’accaduto, entra per la prima volta a contatto con il mondo dei canali e delle chiuse.

04-Maigret-si-commuoveLampson vive abitualmente nello yacht insieme alla moglie, a Willy Marco (uomo di fiducia del colonnello e amante della moglie), Gloria Negretti (amante del colonnello) e Vladimir (il mozzo), passando le giornate in navigazione sui canali francesi, in un’atmosfera spensierata e dissoluta, spesso in stato di ubriachezza. Nemmeno la notizia della morte di Mary distoglie Lampson e i suoi amici dal loro stile di vita e questo atteggiamento viene mal tollerato da Maigret. Il commissario concentra le sue indagini sul “Southern Cross”, ma anche su altre chiatte presenti alla chiusa. Tra queste, la “Providence” e il suo taciturno carrettiere, Jean Liberge.

Tre giorni dopo ha luogo un secondo omicidio. Questa volta la vittima è Willy Marco, assassinato per strangolamento con modalità simile a quella usata per uccidere Mary. Alcuni indizi sembrano far sospettare Lampson, che riesce a ottenere dal giudice istruttore il permesso di recarsi in una propria casa di villeggiatura e rimanervi a disposizione dell’autorità giudiziaria. Lampson congeda Gloria Negretti e comincia a risalire il canale in fretta e furia. Maigret però non è convinto della colpevolezza di Lampson e cerca informazioni nel passato di Mary Lampson.

Maigret si getta all’inseguimento risalendo il canale in bicicletta. In una chiusa intermedia scopre che la sera della morte di Willy Marco, la “Providence” vi ha fatto sosta e che una bicicletta è stata abusivamente utilizzata per percorrere parecchi chilometri. La sera – dopo una corsa di 68 km sotto la pioggia – Maigret raggiunge il “Southern Cross” e la “Providence” a Vitry-le-François. Decide di interrogare Liberge, che però tenta il suicidio riuscendo a ferirsi gravemente. La verità viene presto chiarita: Liberge ha nella spalla un tatuaggio da ex-condannato ai lavori forzati. Da alcune ricerche Maigret stabilisce che il suo vero nome è Jean-Evariste Darchambeaux, medico a Tolosa e marito di Céline Mornet.

Continua a leggere

Pietr il Lèttone

Pietro il Lettone (titolo originale francese Pietr-le-Letton, pubblicato in traduzione italiana anche coi titoli Maigret e il lettone e Pietr il Lettone) è un romanzo poliziesco di Georges Simenon con protagonista il commissario Maigret.

Alla Sûreté Général di Parigi giunge una serie di telegrammi provenienti dalla Commissione Internazionale di Polizia Criminale, che informano degli spostamenti attraverso l’Europa di Pietr il Lettone, un noto criminale internazionale specializzato in truffe, la cui destinazione è la capitale francese. Il commissario Maigret decide di recarsi alla Gare du Nord per intercettare il ricercato, di cui conosce solo il “ritratto parlato”. Alla stazione, presso il secondo binario, Maigret ritiene di individuare Pietr in un giovane uomo biondo in cappotto verde appena disceso dal treno “Stella del Nord”, proveniente da Bruxelles.

sim-13L’uomo è accompagnato da tre portabagagli e da un rappresentante di un lussuoso albergo degli Champs-Élysées, l’Hotel Majestic. Tuttavia quasi contemporaneamente viene ritrovato all’interno del treno il cadavere di un uomo che sembra corrispondere alla descrizione di Pietr.

Dapprima il commissario segue le tracce del ricercato all’Hotel Majestic, ove l’uomo si intrattiene con Mortimer-Levingston, un ricco americano impegnato in un viaggio d’affari in Europa.

Dopo che l’uomo biondo e Mortimer-Levingston sono spariti dall’albergo, Maigret ritorna alla Sûreté per essere informato sui dettagli del delitto avvenuto sul treno, soffermandosi in particolare su una busta in carta velina che potrebbe aver contenuto una piccola foto. L’inchiesta a questo punto si sdoppia e porta il commissario da Parigi sino a Fécamp, dove vengono scoperti altri dettagli necessari alla risoluzione del caso.

Durante le indagini, Maigret viene aggredito e ferito e l’ispettore Torrence, suo collaboratore, rimarrà ucciso

A Fécamp, Maigret individua un uomo uguale a Pietr, che vive sotto il nome di Olaf Swaan insieme alla moglie Berthe e ai figli. Maigret pedina l’uomo, ma questi ritorna a Parigi in uno squallido palazzo del quartiere ebraico, dove risiede sotto un altro nome ancora (Fédor Yourovitch), con una donna di origine polacca, Anna Gorskine. Si tratta sempre di Pietr o di un sosia? L’ipotesi di un sosia potrebbe essere confermata dalla personalità profondamente diversa avvertita da Maigret nei due uomini: uno sicuro di sé e superbo; l’altro palesemente fragile, nervoso e alcolizzato. Con la morte di Torrence, l’inchiesta è diventata per Maigret un affare personale.

Continua a leggere

di Amministratore Inviato su Romanzi

Maigret in tipografia

news

 

Questo sito, come tutti ben sanno, è dedicato alla versione italiana delle Inchieste del Commissario Maigret: considerato il fatto che tutto sommato sedici inchieste (più una per il grande schermo)

sono un’inezia rispetto a quanto realmente scritto da Georges Simenon,  (e siamo andati già fuori tema diverse volte parlando del nostro beniamino!!) abbiamo deciso di dedicare una sezione del

nostro “lavoro” ai racconti che vedono protagonista il buon Commissario (ben settantacinque romanzi, e ventotto racconti !!).

Spero che questo grande “fuori tema” sia gradito a tutti, ma, ripetiamo, ha una sua sezione, e non andrà mai a mischiarsi con il nostro amato Maigret-Gino Cervi !

Lo staff

Le indagini di Maigret partono quasi sempre da una buona mangiata

 

Con la sua sconfinata produzione letteraria, Georges Simenon non solo ha cercato di indagare i complicati meccanismi del vivere umano (sforzandosi di comprendere i motivi e le ragioni che determinano ogni singola azione), non solo ha creato figure immortali di piccoli grandi uomini, ma ha anche realizzato un autentico monumento alla cucina francese.

Nei suoi innumerevoli romanzi, infatti, molto spesso vengono descritte le pietanze più tradizionali, dal semplice piatto fatto in casa, alla più raffinata cena parigina, nel rispetto delle origini e nella esaltazione delle rispettive qualità. D’altronde anche in questo campo Simenon fu condizionato dalle esperienze maturate nella sua lunga e straordinaria vita. Nato da padre vallone e da madre fiamminga, con qualche ascendenza tedesca, era stato abituato fin dall’infanzia ad apprezzare le qualità e le caratteristiche di entrambe le cucine.

imm_gino_cerviQuella del padre consisteva soprattutto nella preparazione di bistecche tagliate sottili e molto cotte, accompagnate da un contorno di piselli e patate fritte; la madre – invece – prediligeva stufati con molta pancetta e verdure, carote, cipolle, porri. Lei amava i sughi cotti a lungo, a fuoco lento. Quando il padre dello scrittore, di professione assicuratore, tornava a pranzo dall’ufficio, la moglie ed il figlio avevano già finito di mangiare; egli scopriva come la sua minestra, messa sul fuoco fin dalle sette del mattino, cotta a fuoco basso, e appena riscaldata, si rivelasse ancora gustosissima. In casa Simenon prevaleva, tuttavia, la cucina belga, con abbondanza di cozze e patate fritte: queste ultime comparivano nel menù familiare almeno tre volte la settimana.

Elencando i piatti preferiti della sua infanzia, Simenon usava citare, tra gli altri, i maccheroni gratinati al formaggio ed il flan (“Mia madre ci preparava il flan quando eravamo a letto ammalati”). Lo stesso scrittore racconta come, verso gli otto anni prediligesse le cozze e la torta di riso. Il piccolo Georges coltivava una vera passione per questo dolce tipicamente belga, ben conosciuto, però, sia dai valloni che dai fiamminghi. Di questa leccornìa sarà ghiotto anche Maigret, che lo scoprirà nel 1932 (Chez les Flamands). Il più celebre dei personaggi usciti dalla penna del romanziere belga, infatti, è un raffinato buongustaio. Egli ama cibi semplici e tradizionali, gustosi, invariabilmente legati alle loro origini, preferibilmente preparati in casa o in vecchie locande e bistrot tradizionali.

Al cibo, infatti, il Commissario, come fa con ogni sua azione, associa collaudati rituali, attribuisce significati del tutto particolari e personali, conferisce un ruolo determinante nel regolare il ritmo della vita quotidiana. Secondo il suo umore, decisamente variabile, egli decide, appena sveglio, se consumare la prima colazione in casa o nella vicina brasserie; si predispone a sorseggiare un semplice caffè ovvero a gustare fragranti croissant, uova soda e prosciutto, concedendosi finanche (davanti ad increduli presenti, quali il fedele Lognon: Maigret et le fantôme) il primo bicchiere di vino bianco della giornata; si appresta, insomma, a gestire, in modo ogni volta diverso, gli impegni quotidiani sempre onerosi. “Cosa c’è per colazione?” chiede con invincibile curiosità ad uno sconosciuto barista (Maigret et l’Indicateur).

Anche nel corso del giornata, scandita da ritmi collaudati, ma mai monotoni, Maigret decide quando, dove e cosa mangiare, in virtù del singolo momento. A pranzo, nonostante la moglie ogni giorno regolarmente prepari con scrupolosa attenzione piatti particolarmente gustosi, ed apparecchi con amorevole cura la tavola, Maigret finisce spesso per fermarsi in ufficio. Qui consuma, solo raramente con i propri collaboratori, grossi sandwich al prosciutto o al formaggio, bevendo birra da giganteschi boccali. Mangia lentamente, guarda la Senna, pensa all’indagine in corso, cerca di elaborare una strategia investigativa, si predispone all’accensione della stufa e della pipa e, quasi in estasi, si prepara ad immergersi nell’inchiesta che lo occupa.

A volte, invece, è proprio l’inchiesta in corso che gli impedisce di tornare in ufficio; Maigret (non senza una sottile soddisfazione) è “costretto” a recarsi a mangiare presso la adorata Brasserie Dauphine, dove il proprietario, divenuto ormai suo amico, gli offre le sue pietanze preferite. “Che minestra hai fatto?”, chiede con ansia, sedendosi su uno sgabello; “Di pomodori” gli risponde con aria soddisfatta l’oste (Maigret). Ogni sera Maigret, salendo le scale che lo portano al proprio appartamento in Boulevard Richard-Renoir, la cui porta viene aperta dalla moglie appena sente avvicinarsi il suo pesante passo, cerca di indovinare quale delizia culinaria la stessa gli abbia preparato. Non era raro che la sera precedente egli avesse accompagnato l’amata Louise ad acquistare del fegato lardellato: si preparava, pertanto, a gustare fegato di maiale farcito.

A lui non piacciono piatti sofisticati! Ad un vecchio amico, che arricchendosi era divenuto “snob”, e che lo aveva invitato a cena, si era deciso a dire senza mezzi termini: “… Il menù era di grande qualità, ma i piatti non avevano sapore, non sapevano di nulla!” (L’ami d’enfance de Maigret). Come la madre per il piccolo Georges, anche per Maigret, allorquando l’influenza lo costringe a letto, l’amorevole moglie prepara pietanze speciali: uova al latte e crema al limone o crème caramel.

Il Commissario è diffidente, non ama consumare cibi che non conosce, disdegna recarsi a mangiare in posti non congeniali. Quando ne era costretto (La colère de Maigret), quasi rispettando un rito scaramantico chiedeva sempre: “Si può mangiare da voi?”, ricevendo l’ovvia risposta “E’ naturale che si può mangiare”. Quindi, seguendo la tecnica “progressiva” degli interrogatori, proseguiva l’indagine: “Cosa preparate?”. Si tranquillizza solo apprendendo che nel menù sia compresa qualche pietanza a lui gradita (fricandò, arrosto di maiale con lenticchie, un buon patè di campagna).

Il Commissario è un animale abitudinario: i ritmi della sua vita prevedono sempre una cena settimanale (il giovedì) con i coniugi Pardon. A settimane alterne i Maigret si recano presso l’abitazione degli amici, ovvero li ricevono in Boulevard Richard-Renoir. Con l’amica Madame Pardon (moglie del medico Pardon) Louise Maigret scambia ricette che si aggiungono al patrimonio culinario della casa degli ospiti. Quelle svelate dalla moglie del Commissario sono spesso ricette che provengono dall’Alsazia, suo paese di origine.

I segreti appresi, invece, vengono da lei trascritti con cura su un quaderno acquistato dal marito in una cartoleria di Montmartre dov’era andato a chiedere informazioni, per una delle sue prime inchieste. In quell’occasione Maigret era stato costretto a comperare due quaderni, per rabbonire la vecchia cartolaia che si era innervosita, diventando scostante e sospettosa. Li aveva entrambi regalati alla moglie; nell’altro quaderno Madame Maigret usava incollare i ritagli di giornale che parlavano di suo marito. Era quest’ultimo quello che le stava più a cuore!

 

Gabriele Protomastro